Immagine di Christian Esseyt

Christian Esseyt

Content creator calcistico.Vivo di calcio, tra campo, idee e contenuti. Romanista, competitivo e sempre alla ricerca della prossima partita da raccontare. ⚽🔥

Roma, il coraggio che manca: l’ottavo anno lontano dalla Champions non è più un caso.

Si sogna, si spera, si suda. Da anni. Per qualcosa che una volta sembrava sempre a portata di mano e che oggi appare sempre più distante.

La AS Roma continua a rincorrere un obiettivo che ormai rischia di trasformarsi in un miraggio: tornare stabilmente in UEFA Champions League.

Se la stagione dovesse chiudersi come sembra profilarsi, per i giallorossi sarebbe l’ottavo anno consecutivo fuori dalla competizione più prestigiosa del calcio europeo per club. Un dato che racconta molto più di una semplice difficoltà sportiva: racconta una mancanza di coraggio nelle scelte e una gestione che, negli anni, ha preferito rimandare i problemi invece di affrontarli.

Oggi la squadra è affidata a Gian Piero Gasperini, allenatore che ha dimostrato più volte di saper gestire contesti complessi e piazze esigenti. Ma anche il miglior progetto tecnico rischia di arenarsi se non viene accompagnato da una visione societaria chiara e da decisioni forti. E a Roma, negli ultimi anni, queste decisioni sono mancate.

Tra cambi di allenatore, tensioni dirigenziali e mercati spesso più rumorosi che realmente incisivi, la Roma ha costruito una squadra che raramente è riuscita a fare il salto di qualità definitivo. Gli acquisti hanno generato aspettative, ma non sempre hanno portato miglioramenti tangibili sul campo. Allo stesso modo, diversi rinnovi contrattuali sono stati gestiti in modo incerto, alimentando una sensazione diffusa di immobilismo.

Il risultato è uno spogliatoio che continua ad appoggiarsi a un gruppo di senatori che rappresentano il volto della squadra, ma che allo stesso tempo incarnano anche i limiti di un ciclo che fatica a rinnovarsi. Il capitano Lorenzo Pellegrini, insieme a figure come Bryan Cristante, Gianluca Mancini e Stephan El Shaarawy, rappresenta perfettamente questa contraddizione: calciatori importanti per identità e appartenenza, ma che non sono riusciti a trascinare la squadra verso quel salto di qualità necessario per tornare stabilmente ai vertici.

Il limite non è soltanto tecnico. È soprattutto caratteriale e strutturale. La sensazione, sempre più diffusa tra i tifosi romanisti, è che la Roma continui a rimandare decisioni inevitabili: rinnovare davvero il progetto sportivo, rompere con alcune dinamiche consolidate e costruire una squadra con ambizioni e prospettive nuove.

Negli ultimi anni la società ha spesso scelto la via della continuità emotiva piuttosto che quella della rottura progettuale. Promesse di lunga durata, ritorni romantici e scelte dettate più dal contesto che da una visione strategica hanno contribuito a mantenere la squadra in una terra di mezzo: troppo forte per crollare, ma non abbastanza per tornare stabilmente in Champions.

Nemmeno il recente e turbolento capitolo legato a Daniele De Rossi è riuscito a cambiare davvero la direzione del club. Al di là delle responsabilità tecniche, ciò che è mancato è stata una presa di posizione netta da parte della società, capace di segnare l’inizio di una nuova fase.

E così, mentre la classifica continua a raccontare di rincorse e speranze legate ai passi falsi delle rivali, tra i tifosi si è fatta strada una parola che descrive meglio di qualsiasi analisi il momento romanista: rassegnazione.

Rassegnazione di fronte a decisioni rimandate, a cicli che non si chiudono mai davvero e a promesse di futuro che sembrano difficili da trasformare in realtà.

Per tornare davvero a competere per la Champions, la Roma dovrà prima di tutto avere il coraggio di guardare in faccia i propri limiti. Perché il problema, ormai, non è più l’assenza di talento o di passione. Il problema è non voler affrontare apertamente ciò che da anni impedisce alla squadra di fare il salto definitivo.

Facebook
X
LinkedIn
Threads
WhatsApp
Telegram
Email
Print